19° giorno di quarantena § ore 11:10

Mio padre è di San Sebastián de los Reyes e si chiama come il servo muto di Zorro.
Se n’è andato quando ero molto piccolo e avevo appena iniziato a dire qualche parola in castellano. Da allora è come se qualcosa che travalica la mia volontà m’impedisse di parlare in spagnolo, anche se lo capisco e lo leggo.
Lui, mio padre, si è rifatto una vita. Ha sposato un’insegnante madrilena e ha due figli che hanno la metà dei miei anni. Non li ho mai visti, non ci ho mai parlato. Non so neanche se sanno della mia esistenza. Con mio padre ci sentiamo una volta l’anno. Io parlo in italiano, lui mi risponde mezzo in spagnolo, mezzo in romano.
Stamani leggevo sul País che anche a Madrid i morti sono tanti. L’ho chiamato.
“¡Hola! Bernardo… come state?”
“Ah, sei tu”
Silenzio. Sento il suo respiro imbarazzato dall’altra parte del mio mondo.
“Volevo sapere se è tutto a posto”
“Sì… estamos encerrados, ma estamos a salvo”
Ancora una pausa. Immagino lui con la mano sul microfono del cellulare che dice a bassa voce a sua moglie “Es Daniel”. Anche sua moglie non l’ho mai conosciuta.
“Y tu ¿cómo estás?”
Che vuoi che ti dica papà, sono rimasto solo a 26 anni e neanche allora ti sei degnato di tornare, almeno per il funerale. Non ti vedo da quasi quarant’anni e ti sento una volta l’anno.
Non posso nemmeno spiarti sui social perché non conosco il nome di tua moglie e dei tuoi figli e tu sui social non ci sei. La tua privacy papà è più forte di tutto, anche di me.
“Sto bene”
“Me alegro”
C’è una voce di donna che parla in sottofondo. Mi sembra di sentire un vecchio cartone di Speedy Gonzales.
“Ora te saludo”
“Riguardati”
Click. Ha chiuso lui per primo. Come sempre.

14° giorno di quarantena § ore 7:00

Un’altra notte insonne trascorsa a scrivere parole per il mio padrone.
“Daniel, dobbiamo tranquillizzarli, ma non troppo. Sennò le pecore escono dal recinto e poi chi la sente sua contezza?”
Lo chiama così, sua contezza, colui che, come Carlo Magno, crede di essere l’unto del Signore. Le pecore invece siamo noi, che vi piaccia o no. Anzi, voi. Io sono uno dei tanti cani pastore che vi tengono a bada con l’uso sapiente della lingua italiana, perché mai come di questi tempi, uccide più la penna del Covid-19.

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